Immagini di campagne di etnomarketing della L'Oreal, Revlon e Cover Girl. Esse utilizzano come testimonial Beyoncè, Halle Berry e Rihanna

La campagna sviluppata da L'Oreal per lanciare una linea di cosmetici pensata per soddisfare le esigenze delle donne di colore, è un esempio di un marketing denominato “etno”, che per molti esperti sarà la strategia che andrà a sostituire il marketing di massa.

Ma le campagne basate sulle differenze etniche non possono risultare discriminanti? Creare dei prodotti per persone appartenenti ad una specifica etnia, come se ciò li differenziasse dalle altre tipologie di consumatori, non potrebbe essere interpretata come una discriminazione?

Le donne di colore necessitano di prodotti di cosmesi diversi da quelle con una carnagione chiara, ma ciò che sembra essere sfuggito alla L’Oreal è che loro, come tutte le donne, hanno esigenze di pelle che le distinguono le une dalle altre.

Non si possono descrivere i bisogni di una persona puntando solo su una sua specifica caratteristica, perché ciò diviene ghettizzare. Così come non si possono rappresentare le donne solo in base al colore della loro pelle, come se fossero tutte uguali.

Inoltre l’etnomarketing può essere valido solo per alcune tipologie di prodotti. Esso infatti non è funzionale per le merci il cui utilizzo non dipende dall’appartenenza a determinate etnie, ma da uno status socio – economico come le strategie di marketing finalizzate alla vendita di macchine di lusso.

Di conseguenza questo approccio di marketing non diverrà mai la tipologia più utilizzata, come auspicato dagli esperti, l’etnomarketing è solo l’ultimo dei nuovi arrivati.


Fonte immagine: http://3.bp.blogspot.com

Più che strategia

Più che strategia ghettizzante, a mio avviso l’etnomarketing sembra piuttosto solo una presa di coscienza del marketing, sempre in cerca di nuovi sbocchi.

In realtà, quello che è successo negli ultimi decenni, è un profondo cambiamento del settore, parallelamente alla trasformazione della società, che ha portato il marketing a rivolgere la sua attenzione verso diverse nicchie di mercato.

Per capire tale fenomeno basta guardarsi attorno, magari entrando in una delle tante rosticcerie o mercati e notando quanto, accanto ai prodotti tipici della cucina italiana (salumi, pizze, pietanze, ecc), siano sempre più richiesti prodotti di altri Paesi, come il kebab, il cous cous e le tortillas.

Questo esempio trova dimostrazione ufficiale nei dati pubblicati sull’immigrazione, che in Europa conta ormai 29 milioni di persone, con un potere d’acquisto di oltre $380 miliardi, che si prevede aumenterà a $1000 miliardi nel 2020.

Quale esperto marketing non avrebbe salutato questa nuova fonte di fatturato e profitti con un ospitale “welcome”?